Recensione SSD: OWC Mercury Extreme Pro 6G da 240GB
Il mercato dei dischi rigidi a stato solido, i famosi SSD, è in grande fermento. I componenti dei personal computer hanno da tempo sorpassato le memorie di massa in termini di performance e i i tradizionali dischi rigidi, fatti di piatti magnetici e testine, sono ormai il principale collo di bottiglia di un sistema. Aumentare l’efficienza meccanica dei dischi (il WD VelociRaptor rappresenta l’ultimo esempio di innovazione in tal senso) non è più uno sforzo sufficiente per sfruttare a pieno le interfacce e i bus di interconnessione di un moderno PC; anche il RAID è ormai obsoleto per molte applicazioni. Ecco quindi il ricorso alle memorie a stato solido, le NAND Flash, una sorta di RAM più lenta ma più economica e soprattutto in grado di conservare le informazioni anche in assenza di corrente. L’idea di base è quella di utilizzare diversi chip NAND connessi in serie, gestirli tramite un apposito micro-controllore e inscatolare il tutto in un box da 2,5” (la dimensione standard dei dischi interni dei portatili) con interfaccia SATA. Un approccio simile, sebbene più rudimentale, è stato lanciato dalla Panasonic nel 2004 con il sistema P2, pensato per le videocamere professionali. Il micro-controllore si occupa di astrarre l’architettura hardware specifica dell’SSD, in modo da far apparire i vari chip NAND come un’unità singola, con capacità che variano dalle decine fino ai centinaia di GB, e conforme agli standard dell’interfaccia SATA. L’SSD appare al personal computer e al sistema operativo come un normale disco rigido, non sono quindi necessari accorgimenti hardware o software particolari, cosa che rende questi dischi compatibili con qualunque sistema dotato dell’interfaccia di collegamento appropriata (SATA in questo caso). Fino allo scorso anno questo discorso era vero fino ad un certo punto, in quanto le differenze tra la dimensione dei blocchi utilizzata dai filesystem (solitamente 4KB) e quella utilizzata dagli SSD (solitamente 4MB) rendevano necessario un comando particolare da parte dei sistemi operativi, il TRIM, pena il decadimento delle performance al crescere dello spazio utilizzato. Questo comando è implementato nativamente in Windows 7 ma non è ancora stato ufficialmente inserito in Mac OS X; sebbene alcuni modelli di SSD, certificati da Apple e disponibili in opzione ai nuovi Mac, abbiano TRIM abilitato, il suo supporto ufficiale è previsto nel nuovo Mac OS X 10.7 “Lion”. Tuttavia è da poco uscita una nuova gamma di micro-controllori per SSD prodotti dalla SandForce, la serie 2000, che è in grado di risolvere anche questo aspetto, automatizzando a livello hardware il processo di Garbage Collection. In breve un SSD basato su questo micro-controllore è la scelta migliore per un utente Mac e non solo, visto che in termini di performance questi SSD sono lo stato dell’arte. Attualmente ci sono una serie di SSD di nuova generazione con interfaccia SATA 3 (6 Gbit/s) ma solo due modelli contengono questo micro-controllore: il Vertex 3 della OCZ e il Mercury Extreme Pro 6G della OWC. Questi due SSD sono del tutto simili e hanno lo stesso SandForce 2281; a livello di specifiche differiscono solamente per il tipo di NAND utilizzata, sincrona di livello A (migliore qualità) per il Mercury Extreme Pro 6G e di non specificata qualità nel Vertex 3. Questa differenza è a quanto pare sufficiente a determinare performance migliori, a livello di benchmark, per il Mercury Extreme Pro 6G
La scatola dell’OWC Mercury Extreme Pro 6G da 240GB è molto semplice e contiene esclusivamente l’SSD, al contrario di quella del Vertex 3 che è piena di ammennicoli, cd e sticker (il target della OCZ consiste principalmente di videogiocatori). Installare il disco nel MacBook Pro 15” 2011 è piuttosto semplice e richiede circa 5 minuti; l’unico cacciavite necessario che potreste non avere a disposizione è un Torx T6, a forma di stella. Per una guida dettagliata vi rimando a questi video http://eshop.macsales.com/installvideos/
Qui un confronto con il Toshiba da 750GB, il disco rigido tradizionale fornito con il MacBook Pro 15” 2011. Una volta estratto il disco dal case, l’ho inserito in un enclosure esterno da 2,5” USB 2/Firewire 800/eSata mentre ho inserito l’SSD all’interno del MacBook Pro al posto del “vecchio” Toshiba. Ho poi avviato il portatile in Target Disk Mode (tenendo premuto il tasto T all’avvio), collegandolo al Mac Pro tramite FireWire 800. Tramite Utility Disco ripristino il contenuto del Toshiba nell’SSD, circa 50 GB di dati.
Una volta completato il trasferimento avvio nuovamente il MacBook Pro. Qui possono accadere già diversi problemi anche con SSD recenti come il mancato riconoscimento del disco, negoziazione errata del canale SATA (ad esempio 3Gbit/s invece di 6Gbit/s), etc. In questo caso invece l’avvio non ha dato nessun problema, salvo un tempo biblico per l’avvio da un SSD, 50 secondi. Situazione del tutto normale in quanto il nuovo disco non è stato impostato come disco di avvio e quindi il sistema effettua una serie di controlli per “capire” da dove far partire il sistema operativo. Una volta impostato di nuovo il disco di avvio da Preferenze di Sistema, l’avvio successivo è stato di 16 secondi (compreso il login automatico). Importante sottolineare che si tratta di una installazione abbastanza carica di programmi come la Adobe Creative Suite, Microsoft Office 2011, iWork, etc. ma che è adatta a fornire valori di utilizzo reali. Un altro controllo passato senza problemi dal Mercury Extreme Pro 6G consiste nella negoziazione del canale SATA, stabilito sui 6Gbit/s, come è facile vedere da System Profiler. Per quanto riguarda i Macintosh, per ora solo il MacBook Pro e l’iMac del 2011 dispongono della SATA 3 a 6Gbit/s, grazie all’architettura Intel Sandy Bridge. Nonostante questo, i dischi rigidi configurabili tramite Apple sono solo SATA 2 perchè allo stato attuale solo gli SSD appena usciti sono in grado di sfruttare le velocità offerte dalla SATA 3 e inoltre la SATA 2 ha bisogno di leggermente meno corrente.
Di seguito i benchmark eseguiti con AJA System Test. Non raggiungiamo gli oltre 500 MB/s dichiarati dalla casa ma ci andiamo vicini e, cosa alquanto importante, superiamo i valori del Vertex 3, fino a questo momento re pressoché incontrastato degli SSD. Sono stati effettuati diversi test, ogni volta chiudendo e rilanciando l’applicazione, e il valore di picco è stato di 462.9 MB/s in scrittura e 483.7 MB/s in lettura. Da notare come in questo test venga utilizzato un file video compresso, situazione piuttosto sfavorevole per il controller SandForce che dispone di ottimizzazioni particolari per i file non compressi.
In conclusione, l’SSD è sicuramente un upgrade che conviene fare al proprio computer e in particolare il Mercury Extreme Pro 6G da 240GB rappresenta la punta di diamante di questa tecnologia.
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